Brie Larson su Captain Marvel

by Armando Gallo March 13, 2019
Actress Brie Larson, Golden Globe winner

armando gallo

La prima supereroina Marvel: funzionerà? La risposta era nelle mani di Captain Marvel ed il verdetto è stato inequivocabile. Il film è uscito in contemporanea mondiale l’8 marzo, giornata internazionale della donna, e come per incanto gli incassi hanno superato ogni più ottimistica previsione. L’autorevole Variety ha fatto la somma per tutti i curiosi: $455 worldwide.

Ora immaginate la scena di qualche settimana fa quando abbiamo intervistato Brie Larson, interprete del film. Parliamo di una ragazza bionda, non ha nemmeno 30 anni, pesa 58 chili e forse il dettaglio più incredibile di lei è che alla sua età ha già vinto un Oscar e un Golden Globe. La cosa più inaspettata è quella che Brie Larson dice poco dopo: «Sa che ora riesco a sollevare un bilanciere da 102 chili?». Già, l’attrice di Sacramento ha dovuto faticare davvero molto per essere all’altezza del ruolo di protagonista di Captain Marvel. Nel film è Carol Danvers, un’ex-pilota di caccia dell’aviazione americana che ha in sé i poteri di un’evolutissima razza aliena. Non si tratta, però, della solita supereroina: a Larson è stata data la parte chiave di tutta la saga degli Avengers e sarà probabilmente lei a dover salvare la Terra nell’atteso Avengers: Endgame, che uscira’ tra due mesi.

Ma nonostante l’Oscar e il Golden Globe del 2015 per il film Room, o i muscoli messi su per Captain Marvel, l’esordio alla regia, due anni fa con la commedia Unicorn Store, o l’ormai costante presenza nelle liste dei giovani più influenti di Hollywood, Larson è diventata un bersaglio per i troll della Rete. Su alcuni influenti siti di recensioni, come Rotten Tomatoes, la sua prestazione è stata stroncata prima ancora dell’uscita del film. Il motivo? Sembra che l’attivismo di Brie Larson, in favore delle pari opportunità e del movimento anti molestie Time’s Up, abbia infastidito qualche cinefilo rancoroso. Però lei non se ne cura e cerca di azzittire ogni polemica: «Io vorrei che ci fossero più posti al tavolo, non che qualcuno perda il lavoro». E il suo modo di fare, generoso ma determinato, somiglia molto a quello di Carol Danvers, il suo personaggio sul grande schermo: è quello di chi, è stato detto, ha ragione e sa di averla e non vuole sentirsi dire dagli altri che ha torto.

 Brie, questo ruolo da supereroina l’ha resa ancora più determinata?

Quando ho firmato il contratto per questo film ero una ragazza introversa che soffriva d’asma. Quindi sapevo che avrei dovuto lavorare molto su di me. Mi sono allenata ogni giorno per nove mesi, prima ancora che iniziassero le riprese: dopo sei mesi riuscivo a fare le flessioni senza sforzo ed ero in grado di sollevare un bilanciere di quasi il doppio del mio peso. Non avevo idea che il mio corpo sarebbe stato in grado di fare tutto questo.

Ha scoperto di avere una mentalità d’atleta?

Soprattutto ho preso coscienza di un aspetto del mio lavoro che conoscevo solo in parte: l’importanza del corpo. Come donna ho sempre cercato di ottenere ruoli a prescindere dall’uso del corpo, perché non volevo che la mia femminilità venisse strumentalizzata. Ho sempre voluto che in ogni ruolo il mio fisico quasi sparisse, per dare spazio al personaggio. Invece, così facendo, era come se recitassi a metà.

Quindi ha deciso di continuare ad allenarsi come quando doveva affrontare le riprese?

Certamente. Mi sono letteralmente innamorata del judo e della boxe. Ho capito che sono anche una incredibile disciplina per la mente, qualcosa che aiuta a focalizzarmi su me stessa e sulla mia forza più nascosta. E comunque a un’attrice saper combattere serve sempre, al cinema e fuori

Che cosa pensa di questa movimento che alcuni chiamano “nuovo femminismo”?

Se rifletto sul presente in cui vivo, credo di essere solo un puntino nella storia: c’è tanto che moltissime donne hanno già fatto perché la mia generazione avesse più possibilità. Per me il femminismo oggi è una conversazione che va continuata e per chi fa il mio lavoro vuol dire pretendere sempre eguaglianza, ma anche avere la possibilità di descrivere la femminilità nella sua interezza: i suoi problemi, ma anche la sua infinita bellezza.

Che cos’è per lei il potere femminile?

La consapevolezza di appartenere a te stessa e un totale amor proprio. Non credo servano altre definizioni, perché finirebbero con limitare le potenzialità di ognuna di noi. La vera libertà femminile è proprio non essere più racchiuse in qualche etichetta.

A scene from "Captain Marvel", 2019

marvel studios/disney

C’è una donna che vorrebbe conoscere?

È difficile rispondere. Se fossero ancora vive, mi piacerebbe parlare con l’artista messicana Frida Kahlo o la filosofa greca Ipazia. Poi, a dire il vero, tanti miei miti li ho conosciuti davvero, durante gli incontri di Time’s Up, l’organizzazione che aiuta le donne che denunciano le molestie subite sul lavoro. 

Quale suo mito ha conosciuto?

Per Captain Marvel ho incontrato il generale dell’aviazione Jeannie Leavitt, che è stata la prima pilota da combattimento donna. Ora è lei il mio mito: noi donne abbiamo cuore e cervello più vicini e quindi rischiamo meno degli uomini di svenire in volo a causa dell’accelerazione in quota. 

Lei nel film interpreta una pilota di caccia. Ha dovuto volare davvero?

Sì, come passeggero, però. Il pilota faceva sfrecciare l’aereo in ogni direzione e, benché io sia stata parecchio male durante tutto il volo, ho chiesto di continuare. Così mi sono guadagnata almeno un po’ di rispetto. 

Se potesse avere un superpotere, quale vorrebbe?

Capitan Marvel è forte e non lo nasconde, mi piace questo aspetto del suo carattere. È la storia di una donna che scopre le sue due anime. C’è una parte che è pura forza, quella aliena della guerriera potente e diligente. E c’è la parte umana, quella dell’osso duro che non riesce a trattenersi e magari commette qualche errore. Trovare un equilibrio tra queste due anime non è facile, ma era la sfida di Captain Marvel. 

Come definirebbe Brie Larson?

Una donna come tutte, che vuole continuare a fare arte, vedere il mondo, conoscere altre persone, imparare di più su se stessa. Io penso che ogni forma d’arte abbia a che vedere con la memoria. È strano ciò che facciamo per sentirci legati al nostro passato: a me capita di andare al supermercato a comprare qualche schifezza che mangiavo da piccola. L’arte è un po’ questo: un detonatore di emozioni che avevamo lì nascoste lì da qualche parte.

Quando recita una parte, che cosa le resta dentro dei suoi personaggi?

Non tutto. Alla fine di ogni film mi prendo tempo per capire che cosa ho imparato davvero, ma considero ogni ruolo come una delle tante vite parallele alla mia.

 Di recente è finita la sua relazione con il musicista Alex Greenwald. Per il resto la sua vita privata è una sorta di mistero. Non è il momento di svelare qualcosa in più?

Credo che i dettagli della mia vita non siano rilevanti per il lavoro che faccio, per questo tendo a metterli deliberatamente da parte. Quanto al resto, bisogna dire che io sono un gran mistero anche per me stessa, quindi è normale che lo sia anche per gli altri.