Buon Compleanno Ringo! - Ringo Celebrates 80 Years Live On Youtube

by Armando Gallo July 7, 2020
Musician Ringo Starr, 2020

anke hoffman/hfpa

“Ringo?? Nooo!!” mormorarono delusi i giornalisti alla conferenza stampa dei Pink Floyd al Palaeur di Roma. Era il giugno del 1971 e Nick Mason, il batterista dei Pink Floyd che aveva descritto Ringo come il suo batterista preferito difese la sua scelta descrivendo il famoso batterista dei Beatles come il più sottovalutato, ma dal quale stava ancora imparando. Nick menzionò la canzone “Rain” e questa settimana, quando abbiamo incontrato Ringo per parlare della festa di beneficenza in occasione del suo 80mo compleanno, gli abbiamo rammentato l’episodio. Ha fatto una bella risata e un doppio segno con le dita che fa spesso quando vuole esprimere amore e pace. “Dio lo benedica!” ha detto Richard Starkey, universalmente famoso come Ringo da quasi un secolo. “Nick ha sempre avuto un orecchio fine. Infatti la registrazione della mia batteria in “Rain” e’ una delle cose più ben riuscite. Ne sono sempre andato fiero.”

E chissà quanti tra quei giornalisti romani potevano pronosticare il futuro dorato di Ringo, oggi celebrato anche come il batterista più ricco al mondo: 380 milioni di dollari di patrimonio.  Ma la cosa più bella è che la sua passione per la musica suonata dal vivo, i concerti, le platee entusiaste e una catena di grandi musicisti che si alternano nella sua All Starr Band sembrano funzionare come una fonte di eterna giovinezza. “Siete tutti in fila a dirmi che compio 80 anni, ma qui dentro (indica il cuore) non sono mai andato oltre i 24. Se non ci fosse questo virus sarei andato in tour da marzo a giugno. E Poi un secondo tour da ottobre a novembre. Ora e’ tutto saltato all’anno prossimo.”

Cosa fai in lockdown?

Prendo il sole (ride). Amo Los Angeles da sempre per la sua luce e molti dei miei amici musicisti abitano qui. Ma con questo maledetto virus non possiamo vederci e suonare insieme. L’ultima cosa che ho fatto è stata con Steve Lukether (Toto) per il suo album lo scorso febbraio, poi si è fermato tutto. Ci sono un sacco di band a casa, senza pubblico, senza concerti, senza soldi.

E non ci sarà il solito concerto di compleanno alla Capitol Records. Però stai raccogliendo fondi per i musicisti disoccupati?

E’ una tragedia triste perché la musica guarisce ogni problema, ma non si può radunare nemmeno un piccolo gruppo di persone. E davvero un incubo. Ma abbiamo organizzato una celebrazione televisiva. Andrà in onda martedì (7 luglio, ndr.) alle 17:00 ora di Los Angeles e molti amici stanno inviando video di partecipazione e poi ci saranno cose di tecnologia nuova, come qui che ci parliamo attraverso l’iPad. Paul ci sarà!

Come vedi la musica oggi?

Non lo so. A me piace suonarla dal vivo. Non ho mai suonato la batteria per far pratica, ma sempre per seguire una melodia e scoprire come appoggiare un arrangiamento. Vengo dai 78 giri, poi il vinile, i 45 giri, le cassette che trovavo stupende (ride)… e adesso i giovani l’ascoltano in streaming, che a pensarci un attimo è fantascienza.

Il segreto dei Beatles? Pensi che possa succedere nuovamente?

Tutto può succedere. Nessuna casa discografica ci voleva agli inizi. Nessuno ha pronosticato il nostro fenomeno che sta andando da una generazione all’altra. Nel nostro caso eravamo un gruppo affiatato che amava la musica americana. Paul amava Chuck Berry. John imitava Little Richard. Ci siamo accorti che suonavano i loro strumenti e cantavano e poi scrivevano le loro canzoni. Così Paul e John hanno iniziato a scrivere canzoni.

Siete stati i primi a rifiutare di suonare un concerto dove c’era segregazione?

In Mississippi. Per noi era assurdo. Noi suoniamo per la gente, abbiamo detto, non vogliano distinzioni. Era ilo colmo. perché i musicisti che ci piacevano erano tutti  afro-americani. Lightnin’ Hopkins e Cozy Cole erano i miei idoli da sempre da quando ero con Rory Storm and the Hurricanes. Con Rory suonammo assieme ai Beatles ad Amburgo nel ‘61.  Amavo i Beatles, i tre davanti: George, Paul e John. Pete Best era il batterista e alcune volte mi hanno chiesto di suonare con loro perché non lo trovavano.

Il segreto dei Beatles?

Forse era che ascoltavamo gli adulti. Alle 9 dovevamo essere in studio a prepararci perché alle 10 arrivavano i grandi che ci avevano detto che dovevamo registrare due canzoni prima dell’ora di pranzo: In caffetteria di Abbey Road per un sandwich con formaggio e cetriolo e una birra che pagavamo noi e poi nel pomeriggio altre due canzoni. Si ubbidiva a George Martin anche quando mi ha fatto suonare il tamburino e non la batteria al primo disco. Siamo quindi cresciuti un pó alla volta, ma sempre occupati in serate. Quando non facevamo concerti era perché Brian Epstein ci diceva che avevamo una settimana libera per incidere un album. Eravamo tutti contenti. Quando siamo esplosi, la Beatlemania, eravamo pronti a godercela perché erano anni che si suonava. Oggi una band che vince in questi concorsi di talento non può reggere il successo. Hanno solo poche settimane di gavetta.

Ad agosto del 2000 ero al concerto degli Who alla Hollywood Bowl e tuo figlio Zack era alla batteria. Surreale?

Non puoi mai immaginare una cosa del genere, anche perché Keith Moon, per i miei figli era zio Keith che si vestiva da Babbo Natale e ci portava regali, belli, costosi, elaborati. Era dolcissimo, ma alla fine gli ho detto di smetterla che mi costava troppo. Mi faceva sempre arrivare il conto (ride) John Bonham (Led Zeppelin) era un altro matto. Aveva questa mania di buttarmi in piscina: ogni volta che veniva a Los Angeles veniva di corsa e mi scaraventava in piscina. Benedetto uomo!