Luca Guadagnino spiega perché We Are Who We Are

by Elisa Leonelli October 3, 2020
Luca Guadagnino

Armando Gallo/HFPA

Luca Guadagnino firma We Are Who We Are, serie di 8 episodi ambientata a Chioggia nel 2016 in una base militare americana, dove racconta le avventure di due ragazzini quattordicenni, Fraser e Caitlin, delle loro famiglie e dei loro amici, italiani e americani, bianchi e neri. Abbiamo incontrato via Zoom il regista di Call Me By Your Name e I Am Love, entrambi candidati ai Golden Globes.

Jordan Kristine Seamon, Jack Dylan Grazer in “We Are Who We Are” (2020)

Jordan Kristine Seamon, Jack Dylan Grazer in We Are Who We Are (2020)

HBO

 

Fraser è considerato gay dai suoi nuovi compagni, fra cui cerca di ambientarsi dopo l’arrivo in Italia da New York. Fa amicizia con Caitlin e la aiuta a esprimere la sua mascolinità.  Quali temi intendevi esplorare con questi personaggi ritratti in un delicato momento dell’adolescenza?

Il produttore Lorenzo Mieli mi aveva proposto di ragionare sul tema dell’identità di genere fra gli adolescenti, da lì è nata una riflessione su che cosa vuol dire essere figli di militari americani che vivono all’estero, aggiungendo man mano gli elementi che poi hanno fatto diventare la serie quello che è. Sono dei ragazzini di 14 anni che vivono la loro confusione e la inevitabile trasformazione delle loro identità, che processano il lutto della morte dell’infanzia e si affacciano sulla inconoscibilità di ciò che saranno quando diventeranno adulti, e non essendo ancora fissati in qualcosa di definitivo, vivono una forma di costante turbamento che li porta a immaginarsi mille possibilità per se stessi.

Call Me by Your Name era una storia molto diversa, però Elio è diciassettenne come Fraser è un quattordicenne. In questi personaggi esistono degli elementi di un Luca Guadagnino adolescente, di quello che hai passato in quel periodo della tua vita?

Forse in maniera inconscia, nel senso che probabilmente il mio sentimento delle cose attraversa i lavori che faccio. Non è una questione letterale però, almeno non del tutto. In più l’idea che ci si possa costantemente porre delle domande sulla propria identità, suoi propri desideri, su ciò che ognuno di noi vorrebbe essere e non riesce a essere, sono concetti universali, e quindi da un lato evidentemente parte del mio immaginario e anche del mio vissuto, ma contemporaneamente sono come tracce che io riscontro attraverso le mie esperienze di vita nella vita di ciascuno.

Ci presenti anche le mamme, Sarah (Chloë Sevigny), capitano della caserma, sua moglie Maggie (Alice Braga), medico nell’esercito, la mamma di Caitlin, Jenni (Faith Alabi), una nigeriana sposata con un nero americano. Che sentimenti volevi esprimere con questi personaggi di donne?

Sarah, Maggie e Jenni sono tre donne, che hanno il desiderio, la necessità di trovare un contatto con un’altra donna, nel vuoto delle loro esistenze, nelle distanze di una base militare nella quale ognuno deve semplicemente riconoscere il proprio ruolo ed eseguire un certo tipo di ordini, di routine.  Nell’esplorare a vicenda i contatti tra di loro queste donne falliscono oppure trionfano, anche se brevemente, ma provano a mettersi in discussione rispetto a ciò che loro sono nell’incontro con l’altra. E questo mi interessava molto. In più il femminile a mio avviso ha una capacità di aperture e di accoglienza molto diversa da quella del maschile.  

Caitlin è una ragazza di colore, come anche la sua famiglia e tanti dei ragazzi suoi amici.  Qual era il tuo proposito per mettere tanti personaggi di colore in questa serie?

Non mi sono posto questo come una decisione aprioristica, semplicemente ci interessava raccontare la storia di Caitlin e della sua famiglia.  Quando ci siamo messi a indagare su chi potessero essere questi personaggi, abbiamo ragionato sul fatto che era interessante l’idea di una identità nera afro-americana, che si incontra con una identità africana, come quella di Jenni, una donna che per provare sentimenti di appartenenza vuole essere anche lei inglobata nell’identità americana, e sogna di vivere a Chicago.  Ma sai io sono cresciuto in Etiopia, circondato da molteplici forme identitarie e etniche, quindi non mi pongo mai il problema di chi devo mettere in scena.

Hai abitato in Etiopia fino ai 6 anni, dato che tuo padre insegnava storia e letteratura italiana a Addis Abeba, la capitale di questa ex-colonia italiana. Che cosa ti ha lasciato nell’anima questa esperienza?

Ero molto piccolo, perché avevo dai zero ai 6 anni, ma penso che mi abbia dato tanto sentimento della luce.  Sai, quando tu vivi in un posto che ha quegli spazi, quei contrasti, le stagioni delle piogge, il caldo e il fresco, i cieli sconfinati, tutto ciò sinceramente io lo sento molto riflesso nel mio sentimento dello spazio e delle cose.

Nel corto Fiori Fiori Fiori hai rivisitato il paese di origine di tuo padre, Canicattì, in provincia di Agrigento, in Sicilia. Che cosa hai scoperto?

Durante il lockdown ho passato tutto il tempo chiuso nel mio appartamento di Milano, un periodo molto difficile della mia vita, ma dato che sono un filmmaker, ho poi avuto il permesso dal governo di viaggiare con una piccola troupe e girare un breve documentario in Sicilia.  Ho visitato il villaggio dove era nato mio padre e dove passavamo le vacanze estive nella casa natale dove abitavano ancora le mie due zie.  Mi ha fatto bene sentirmi circondato da questa incredibile bellezza della natura e dai colori dei fiori dappertutto, quindi è stato un balsamo per la mia anima.

Nella serie dimostri le tragiche conseguenze di mandare dei giovani soldati a combattere in Afganistan.  Che cosa ne pensi di queste guerre USA iniziate da George Bush e che continuano a tutt’oggi?

Le guerre USA, soprattutto la prima e la seconda guerra del Golfo, sono state delle catastrofi, delle guerre terrificanti. È chiaro che le conseguenze di quelle guerre le paghiamo ancora oggi e le pagheremo ancora per molte decadi a venire, attraverso molti sentimenti di astio di un certo tipo di culture e di mondi nei confronti dell’occidente. Questo perché le guerre dei Bush hanno prodotto un sentimento di antagonismo e di noi contro di loro che evidentemente ha ben fermentato e ha creato poi le condizioni per quello che è successo con i vari attacchi terroristici che l’Europa ha vissuto sulla sua pelle per ormai parecchi anni.